Il legame indissolubile tra cibo e memoria ci accompagna per tutta la vita, basti pensare ai nostri dolci preferiti da bambini, ai nostri primi esperimenti in cucina, ai pranzi di Natale, alle ricette di famiglia che passano di generazione in generazione, al comfort food che per anni ha scandito i nostri momenti felici ma anche a cibi e bevande che evocano ricordi spiacevoli.
Tra i tanti processi psicologici che si celano dietro alla memoria del cibo ci può essere anche una naturale tattica di sopravvivenza. Diversi studi di psicologia hanno infatti analizzato quello che viene definito il fenomeno dell’avversione al cibo. La nostra memoria alimentare, infatti, non associa quello che mangiamo solo a sensazioni positive. Il rifiuto di un piatto, un ingrediente o addirittura di un ristorante o un luogo ad essi associati possono ad esempio essere la conseguenza di un'intossicazione alimentare. In uno studio dello psicologo e neuroscienziato americano Hadley Bergstrom su questo argomento, viene analizzato in maniera più estesa il processo di rifiuto automatico che sviluppiamo tanto per cibi che ci hanno fatto stare male quanto per cibi consumati durante uno stato di malessere, quali ad esempio una specifica bevanda o un piatto che ci hanno fatto mangiare quando avevamo l’influenza o il mal di stomaco. Il nostro cervello attiva un meccanismo di autodifesa e un condizionamento mentale relativo al loro gusto. Come spiega Bergstrom, questa avversione può sparire e ricomparire a distanza di tempo, con quello che viene definito “recupero spontaneo”. In alcuni casi può anche indurci a generalizzare e ad avere una simile risposta negativa con alimenti simili, inducendo uno stato di malessere. In questo caso la risposta non è altrettanto forte, a causa della discriminazione (la capacità di discriminare tra uno stimolo condizionato e un altro stimolo), ma può tuttavia sussistere.
Questa tattica di sopravvivenza e di avversione è solo uno dei tanti fattori in gioco quando si parla di ricordi alimentari. Un altro elemento importante è quello che riguarda la sfera sensoriale, ovvero l’insieme delle sensazioni che abbiamo provato mangiando qualcosa e che abbiamo memorizzato, di cui naturalmente il gusto è il senso prevalente.
Secondo uno studio della professoressa di scienze psicologiche e cerebrali all'Università del Massachusetts Susan Whitbourne, quando mangiamo vengono attivati tutti e cinque i nostri sensi e questo può generare una straordinaria e complessa stratificazione all’interno di un singolo ricordo del cibo.
"I tuoi ricordi alimentari influenzano il tuo benessere psicologico e fisico. E se questi ricordi sono dolorosi, non è mai troppo tardi per rielaborarli in una storia con un finale più felice"

Eppure c’è ancora un altro elemento fondamentale che condiziona più di tutti la nostra memoria ed è quello esperienziale. Come afferma Whitbourne i nostri pensieri nostalgici associati al cibo spesso includono l’intero contesto, quale ad esempio il luogo, la compagnia, la situazione specifica, le tante emozioni provate. Mangiare una torta che amavamo da bambini non risveglia solo le sensazioni allora provate, ma la nostalgia dell’intera circostanza, quale ad esempio la convivialità familiare o uno speciale evento. In questo caso, come affermato da Bergström, il cibo diventa simbolico, rafforzando ed arricchendo la formazione della memoria del passato.
"I ricordi del gusto tendono ad essere i ricordi associativi più forti che si possano provare [...] L'idea della nostalgia è che il sugo [per esempio] è associato non solo ad una deliziosa pasta, ma anche alla nonna e alla sua casa: è il cibo a costituire un grande rinforzo associativo. Tutti questi stimoli si associano così nel contesto di quella particolare esperienza sensoriale"
di Ivana De Innocentis
Riveduto, corretto e ampliato dalla Redazione Tumn®
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