Tutt’oggi, sebbene ampiamente presenti nella cucina regionale tradizionale italiana, questi cibi poveri vengono talvolta esclusi dai menù dei ristoranti, mentre sono più spesso presenti in quelli di trattorie e piccoli ristoranti a gestione familiare. Per scoprire e comprendere l’origine storica di questa terminologia e delle sue relative implicazioni, dobbiamo fare un passo indietro nel tempo, fino all’antichità.

In epoca romana questi cibi già erano ampiamente diffusi; la polenta, ad esempio, veniva preparata con acqua e farina di farro ed era considerata un ottimo piatto poiché facile da preparare e in grado di saziare. Quando cadde l’Impero Romano la piccola nobiltà rimasta a Roma si chiuse a cerchio per mantenere il suo status e ricorse anche a una differenziazione di dieta alimentare per prendere maggiormente le distanze dai contadini.
È da questo momento che nacque la definizione di “cibi poveri”, un termine utilizzato nel corso di tutto il Medioevo e tramandato fino quasi ai giorni nostri. Nel Medioevo, periodo storico in cui l’alimentazione era notevolmente diversa rispetto ai giorni nostri, i contadini mangiavano perlopiù cibi economici quali castagne e legumi, mentre ingredienti quali la farina bianca, le spezie o la carne di bovino erano un bene di lusso riservato ai più ricchi e alla nobiltà. All’epoca tutti i legumi, tranne i piselli, venivano guardati con sospetto dai dietisti, sia per la loro tendenza a gonfiare sia perché, appunto, associati a un’alimentazione povera e rozza. Anche la polenta divenne un piatto forte della cucina contadina, soprattutto nel nord-est e nel centro Italia; se nel corso del Medioevo veniva preparata con diversi tipi di farine, fu solo dopo la scoperta dell’America che si diffuse la farina di mais.

Nell’800, a seguito della coltivazione estensiva del mais voluta dal padronato, i contadini iniziarono a seguire una dieta monoalimentare e a mangiare esclusivamente polenta, fino a 2-3 chili al giorno. Questo tipo di alimentazione causò epidemie di pellagra, una malattia dovuta alla carenza di vitamina B e che aveva come sintomi allucinazioni, febbre, diarrea e, nei casi peggiori, la morte; la medicina dell’epoca non fu in grado di ostacolarla, ritenendo peraltro erroneamente che a causarla fosse una tossina presente nel granturco. Con la fine del Medioevo e dopo la scoperta dell’America, oltre alla farina di mais si diffusero anche nuove ed esotiche varietà di fagioli; questo favorì un maggiore e diffuso interesse verso questo cibo povero.
In Italia solo in tempi recenti, dal dopoguerra in poi, questi alimenti etichettati come “poveri” sono stati rivalutati, tanto nell’alimentazione quotidiana quanto nella ristorazione. A favorire l’impiego di ingredienti quali legumi, castagne e polenta fu il desiderio di riscoperta dei sapori antichi, tradizionali, ricchi di storia, sani e nutritivi, ma anche la generale volontà di puntare a una biodiversità gastronomica. La rivincita dei cibi poveri ha dato così il via a uno straordinario numero di ricette, sia salate che dolci, e alla nuova tendenza di rivisitare in maniera raffinata e moderna piatti tradizionali di una volta, quali appunto la polenta ma anche il castagnaccio, le zuppe o piatti freddi a base di legumi.
di Ivana De Innocentis
Riveduto, corretto e ampliato dalla Redazione Tumn®
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